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COMUNICATO STAMPA I Vescovi della Metropolia beneventana incontrano il Presidente Conte

Roma, Palazzo Chigi, 13 ottobre 2020

Comunicato stampa

I Vescovi della Metropolia beneventana

incontrano il Presidente Conte

Roma, Palazzo Chigi, 13 ottobre 2020

 

Una nuova tappa del cammino unitario dei vescovi della Metropolia di Benevento a favore delle fasce deboli e dei territori più emarginati.

I temi più complessivi legati alla emarginazione, allo spopolamento e ai programmi di rilancio sociale ed economico a vantaggio delle aree interne della Campania saranno ancora al centro dell’incontro che i vescovi* terranno a Palazzo Chigi, alle 11 di martedì 13 ottobre prossimo, con il presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, con l’obiettivo di attuare maggiori sinergie istituzionali per una crescita comune e una diversa percezione della coesione territoriale.

Lo stesso presidente Conte sarà invitato al secondo Forum degli Amministratori Campani, che avrà luogo a Benevento entro la fine dell’anno e che rappresenterà una esperienza formativa e laboratoriale con applicazioni concrete in materia di progetti e di utilizzo fecondo di finanziamenti europei, statali e regionali. Al Forum saranno invitati giovani Amministratori provenienti da tutte le province, anche appartenenti ad altri territori (massimo 90 presenze), che si confronteranno con esperti e tecnici dell’amministrazione dello Stato e delle Regioni, oltre a condividere le buone prassi attivate in numerose realtà.

I vescovi della Metropolia beneventana, con tali iniziative, intendono perseguire una “pastorale dei ponti” nei contesti dove maggiormente si lavora alla promozione umana e sociale, cercando di garantire testimonianze coerenti e un inserimento competente, oltre che evangelico, nel sistema di crescita del Paese e dei territori.

Il 13 maggio 2019 avevano sottoscritto un documento dal titolo: Mezzanotte del Mezzogiorno? Lettera agli Amministratori, nel quale mettevano a fuoco il persistente e grave ritardo nello sviluppo delle cosiddette “aree interne”. Rifiutando di aderire alla rassegnazione, come se i giochi, ormai, fossero fatti e l’unica possibilità rimasta quella di un accanimento terapeutico per ritardare, quanto più possibile, la morte dei propri territori, esortavano ad agire non in maniera disorganica o, ancor peggio, scomposta, ma con una progettualità profetica, con “un progetto strategico di lunga gittata che miri a privilegiare l’interesse comune, il quale solo può consentire il benessere di tutti, singole persone come enti locali”.

Nel giugno 2019, in questa ottica di coinvolgimento sui temi centrali dello sviluppo, si tenne il Primo Forum degli Amministratori Campani, con la relazione introduttiva del prof. Luigino Bruni. Il 25 giugno di quest’anno, i vescovi hanno incontrato al Quirinale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere una rinnovata attenzione ai territori storicamente più fragili, questione che non può continuare a restare marginalizzata nell’Agenda di Governo.

 

9 ottobre 2020

 

* i vescovi che incontreranno il Presidente Conte sono: Felice Accrocca, arcivescovo metropolita di Benevento; Arturo Aiello, vescovo di Avellino; Domenico Battaglia, vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata dei Goti; Pasquale Cascio, arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia; Sergio Melillo, vescovo di Ariano Irpino-Lacedonia; ad essi si unisce dom Riccardo Guariglia, abate di Montevergine.

 

La galleria fotografica dell’incontro

https://www.diocesisantangelo.it/i-vescovi-della-metropolia-beneventana-incontrano-il-presidente-giuseppe-conte/

Lettera agli studenti universitari_C.E.I.

Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università

Lettera agli studenti universitari

Carissimi e carissime,
il nuovo Anno Accademico prende avvio, in questi giorni, in circostanze
didattiche, sanitarie e sociali ancora assai particolari. Forse alcuni di noi o le nostre
famiglie siamo stati toccati in prima persona dalle difficili conseguenze della
pandemia; altri ne hanno subito gli effetti indiretti; tutti ne siamo stati in qualche modo
coinvolti: come studenti, come cittadini, come cristiani. Tutto ciò interessa anche il
vostro essere universitari. La missione dell’Università, infatti, ha certamente molto da
dire alla società in cui viviamo e a ciascuno di noi, proprio in queste circostanze. Lo
suggerisce anche il primo anniversario della canonizzazione di John Henry Newman
(1801-1890), celebrata a Roma da papa Francesco lo scorso 13 ottobre 2019, perché
Newman fu intellettuale, santo, ma anche uomo profondamente radicato nell’ambiente
universitario. È guardando insieme alla realtà attuale e alla testimonianza del santo
cardinale inglese che vi scriviamo questa lettera affinché ci sentiate vicini nella vostra
vita universitaria.
Pur consapevole dell’importanza della specializzazione, Newman sottolineò
spesso che il fine dell’Università era – ed è – formare persone colte, capaci di farsi
carico dei problemi di tutto l’uomo, in grado di mantenere una profonda visione di
insieme che consentisse ad ogni studioso di comprendere il valore della propria
disciplina all’interno dell’unità del sapere. Le circostanze attuali, indotte dalla
pandemia, ci hanno persuaso una volta di più che le soluzioni alle grandi emergenze
sociali, ma anche umane e scientifiche, non si ottengono solo mediante conoscenze di
ordine pragmatico, ma fanno appello anche ad una serie di virtù che si fondano in una
dimensione sapienziale trasmessaci da tanti autori, sia umanisti che uomini e donne di
scienza. La solidarietà, l’amore alla verità, il sapere come servizio, la condivisione dei
risultati scientifici, la prudenza, la capacità di perseverare nella ricerca del vero e del
bene – solo per fare alcuni esempi – sono virtù e atteggiamenti propri di chi si forma
con serietà nello studio e nella ricerca, e dunque appartengono a una vera esperienza
universitaria.
John Henry Newman, e con lui molti altri pensatori, ci ricordano che l’Università
possiede una insostituibile dimensione comunitaria: è comunità di studio e di vita, non
solo luogo di apprendimenti strumentali. Sta anche a noi far sì che le attuali
circostanze della didattica on line, ben affrontate, non indeboliscano questa
dimensione, ma ne rivelino aspetti inediti. Esse, infatti, ci danno la possibilità di
raggiungere colleghi e docenti spazialmente lontani, di avviare metodologie
innovative, di accedere a risorse più ricche. Impiegarle per la verità e per il bene vuol
dire anche saper mantenere vivo lo stimolo per la profondità senza cedere alla
tentazione di essere approssimativi; vuol dire aiutare chi resta indietro; vuol dire saper
condividere il pane della scienza con gli altri e saper fare rete.
Infine, Newman vedeva nell’Università un luogo super partes, ove i problemi
della società si potessero dibattere con libertà e franchezza, senza condizionamenti di
sorta, guidati soltanto dalla ricerca della verità e del bene comune. Per questo egli amò
con tutte le sue forze la coscienza, convinto che ogni essere umano fosse in grado di
leggere in essa una legge morale capace di spingere a compiere il bene ed evitare il
male. Come Agostino di Ippona prima di lui, anche Newman invitava ad ascoltare
nella coscienza la lezione più importante, quella impartita dal Maestro interiore. Ciò
può divenire a volte oneroso, come nel suo caso, perché giunse a costargli la fama, la
cattedra e l’onore. Ma egli non dubitò che seguire la propria coscienza nella ricerca
della verità valesse più di tutto questo.
Auguriamo a tutti voi che iniziate il nuovo Anno Accademico di poterlo vivere
come un’esperienza di servizio e di comunione, certi che lo sforzo quotidiano profuso
nella formazione e nell’apprendimento si tradurrà ben presto in responsabilità
all’interno del tessuto sociale, scientifico, culturale. C’è bisogno, infatti, di un deciso
scatto in avanti, nel nostro Paese, affinché crescano la preparazione culturale e la
formazione umana e, con esse, la collaborazione di tutti nel promuovere il bene
comune. Come ricorda papa Francesco, «un Paese cresce quando dialogano in modo
costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura
universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura
economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media» (Fratelli tutti, n. 199).
Quanti condividiamo la fede cristiana sappiamo bene che «la verità non è un’idea
astratta, ma è Gesù, il Verbo di Dio in cui è la Vita che è la Luce degli uomini»
(Francesco, Veritatis gaudium, n. 1). E sappiamo che lo studio profondo della natura,
della storia e della vita, può e deve contribuire ad una sintesi più profonda tra fede e
ragione, diventando anche solidarietà con tutti e carità che trasforma il mondo. È
questo il nostro augurio per voi, nel vostro cammino presente e in quello futuro.

I Vescovi della Commissione

Roma, 13 ottobre 2020


S.E. Mons. Pasquale Cascio

Messaggio inizio anno scolastico 2020-2021

Messaggio per l’inizio dell’anno scolastico 2020/2021

 

Mons. Pasquale Cascio, Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia

 

Sant’Angelo dei Lombardi, 23 settembre 2020

 

Pace a voi tutti,

carissimi ragazze e ragazzi, giovani, che state per iniziare la grande avventura del nuovo anno scolastico.

Stimati docenti, presidi, laboriosi collaboratori scolastici, anche a voi rivolgo il mio saluto all’inizio di questo anno. In modo particolare includo nel saluto augurale anche le famiglie, le famiglie dei nostri ragazzi, dei nostri giovani, che in questo momento allargano la loro familiarità alla scuola. E la scuola si apre ad accogliere i ragazzi, le ragazze, i giovani, le giovani, insieme alle ansie e alla collaborazione delle famiglie.

Non parliamo soltanto del rapporto scuola-famiglia, parliamo e speriamo di creare un’unica famiglia, che si qualifica con l’aggettivo scolastica, ma che porta con sé l’ansia, la preoccupazione e la gioia di essere, insieme, comunità educante ed educativa.

Cari ragazzi, carissimi giovani, cosa dico a voi? Sta per iniziare questo anno diverso. Dico innanzitutto che il rispetto rigoroso delle regole che troverete, già le conoscete, per vivere la scuola in presenza, sono una palestra. Una palestra perché insieme impariamo – imparate – a preoccuparci dell’altro. Sì, queste regole servono a creare la sana preoccupazione per il bene degli amici, dei fratelli, dei genitori, dei nonni a casa. È tempo prezioso per imparare a preoccuparci degli altri.

È, ancora, una palestra perché il rispetto di queste regole rende quella scolastica una comunità che vive nella società civile e collabora al bene della società civile. Una scuola, che vive questo tempo nel rispetto delle regole, conservando il più possibile la salute dei suoi membri, è un contributo unico alla salute e al buon andamento della vita sociale e civile.

Ma in ultimo, cari amici, è una palestra perché ognuno di voi – ognuno di noi – si tempra, si rafforza nel carattere, nella determinazione, perché la persona ha bisogno di temprarsi per non lasciarsi andare alla casualità dei gesti e delle azioni.

No, cari ragazzi, cari giovani, non lasciate nulla al caso, ma ogni vostro gesto segua sempre una riflessione, una convinzione e abbia uno scopo definito.

Certo, siamo stretti tra due posizioni, tra quella che è stata chiamata la DAD (didattica a distanza), la fatica della DAD, e dall’altra parte la paura della didattica in presenza. Fatica e paura, possiamo iniziare l’anno scolastico così, pensando alla fatica della DAD e alla paura della didattica in presenza? No. Mettiamo in secondo piano questa e fatica e questa paura e iniziamo con un senso di gioia perché vi ritrovate insieme, perché – mi metto anch’io – ci ritroviamo insieme. La DAD è per ritrovarsi insieme, la presenza è gioire dello stare insieme. È più facile gioire, è più facile incontrarsi, è più facile trovare motivazioni belle per l’apprendimento nel guardare in faccia i propri insegnanti, nel guardarsi e scherzare, anche gioire e constatare la crescita dei compagni, degli amici, delle amiche, una crescita culturale, ma anche una crescita fisica. Voi non ve ne accorgete, ma in questi anni crescete anche fisicamente e vi ritrovate uguali e diversi in una nuova bellezza, la bellezza dell’adolescenza, la bellezza della giovinezza. Tutto questo si gode ritrovandosi insieme.

Allora, carissimi amici tutti, vi do una parola di incoraggiamento e di speranza: riusciremo comunque a essere una comunità educante ed educativa, che diventa tale anche all’interno della società civile. È educante ed educativa per se stessa, per la comunità, e tutti, dai ragazzi al personale di collaborazione, contribuiscono a formare questa comunità.

La società vi guarda, sì tutti vi guardiamo perché cerchiamo di darvi tanto, ma siamo sicuri di ricevere molto di più dalla vostra vita scolastica, dalla vostra gioiosa, giovanile vita scolastica. Voi siete il cuore pulsante speranza per il nostro Paese.

Buon anno scolastico e Dio vi benedica!

 


I viaggi del cuore: la prossima domenica le immagini dell’Irpinia

Domenica 20 settembre alle 9:00 su Rete4 andrà in onda la seconda puntata di “I viaggi del cuore”, la trasmissione di cultura religiosa condotta da don Davide Banzato, assistente spirituale della comunità Nuovi Orizzonti.

Il viaggio intrapreso la scorsa domenica a Loreto proseguirà in Irpinia, terra colpita drammaticamente quarant’anni fa dal terremoto, porterà i telespettatori sulle orme di grandi santi e di tradizioni suggestive che attraggono fedeli e turisti da tutta la Campania e uniscono i cuori di molti connazionali all’estero, legati da profondi sentimenti con la propria terra di origine.

Nel mese di luglio le riprese hanno interessato alcune zone della nostra diocesi, tra cui il santuario del Santissimo Salvatore in Montella e l’Abbazia del Goleto, dove don Davide ha intervistato il nostro Arcivescovo Pasquale Cascio.

Don Davide e l’intera troupe sono stati accompagnati nei giorni trascorsi in Irpinia da don Andrea Ciriello, amico della comunità Nuovi Orizzonti.

 

 

 

https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/iviaggidelcuore/puntata-del-20-settembre_F310602301000201

Il messaggio di cordoglio in ricordo di S.E. Mons. Giovanni D’Alise

La Chiesa di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia, affidatami dalla misericordia di Dio, si unisce con la preghiera al dolore e alla speranza della Chiesa sorella di Caserta per la dipartita del suo amato Pastore Mons. Giovanni D’Alise. Egli per dieci anni ha guidato la Chiesa sorella irpina di Ariano Irpino-Lacedonia con saggezza e zelo pastorale, allo stesso modo stava curando la Chiesa di Caserta, esercitando la sua paternità con tenerezza e fermezza, ponendosi per tutti come esempio di abnegazione e coraggio.

Grati al Signore per il dono della sua vita al servizio del ministero sacerdotale, riconoscenti e memori della passione del vescovo Giovanni, formiamo un cuor solo e un’anima sola per accompagnarlo alla Liturgia celeste, dove tutti saremo una cosa sola nell’unità dell’Amore di Dio.

 

Sant’Angelo dei Lombardi, 5 ottobre 2020

 

+ Pasquale Cascio, Arcivescovo


Conferenza Episcopale Campana

Per una “lettura sapienziale” del tempo presente

Scheda per la riflessione nelle nostre Chiese

Conferenza Episcopale Campana

 

Per una “lettura sapienziale” del tempo presente

Scheda per la riflessione nelle nostre Chiese

 

 

  1. Introduzione

Nel messaggio ai sacerdoti del 13 maggio noi vescovi ci impegnavamo ad offrire una lettura sapienziale di quanto sta accadendo: «Su questa lettura sapienziale e sulla ricaduta pastorale di quanto sta avvenendo noi vescovi ci impegniamo a riflettere per accompagnare le nostre comunità e aiutarle a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede». È quello che facciamo oggi, ed è un momento significativo della nostra Conferenza: non siamo riuniti per affrontare aspetti particolari, ma stiamo dedicando un intero incontro esclusivamente al discernimento, guidati dalle parole di Papa Francesco e tenendo lo sguardo fisso alle nostre comunità.

 

  1. Leggere questo tempo con gli occhi della fede

«Il popolo di Dio, mosso dalle fede, per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore, che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio» (GS n. 11). Come interpretare la crisi attuale, quali lezioni ricavarne, e come riconoscere il “nuovo” di Dio? Quali cose lasciar cadere e quali mantenere? «Come cambieranno le cose? Come saremo? Cosa ci chiede il Signore in questo tempo? … Senza dubbio, ci sarà una profonda cesura rispetto al passato. Per questo, sono necessari strumenti di riflessione per capire alla luce della fede quanto stiamo vivendo … Quello presente è un Kairós, che porta con sé delle opportunità» (Comunicato del Consiglio Permanente della CEI, 16 aprile).

Dobbiamo riconoscerlo: noi non siamo abituati a questo esercizio della fede, a leggere cioè i “segni dei tempi”, a cogliere, attraverso gli avvenimenti, i richiami, gli appelli. È un esercizio a cui non siamo abituati, come purtroppo dimostra il fatto che, anche in questa emergenza, siamo forse più preoccupati della ripresa della celebrazione dei sacramenti piuttosto che di “discernere l’oggi di Dio”.

Eppure una Chiesa dovrebbe essere capace di leggere in maniera sapienziale la storia. La storia è un luogo teologico, è il luogo di rivelazione, è il luogo attraverso il quale Dio interpella la nostra vita e la nostra missione. Il Signore chiama attraverso la storia, attraverso il vissuto del mondo e dell’umanità; oggi siamo tutti tentati, noi operatori pastorali, di portare avanti una pastorale di iniziative e di attività. La pastorale, prima di essere attività, è discernimento, ascolto dello Spirito e ascolto delle domande delle persone. Una corretta pastorale presuppone una corretta teologia.

 

  1. La barca nella tempesta

Vogliamo leggere quanto è accaduto e sta accadendo come un appello, un richiamo, e vedere la crisi come grazia. Leggere con gli occhi della fede la situazione presente significa chiedersi: cosa vuole il Signore da noi, cosa vuole dirci attraverso questi fatti, quale lezione imparare dagli avvenimenti che viviamo? È quello che ha fatto in questo tempo Papa Francesco, il quale ha accompagnato il popolo di Dio lungo il periodo della pandemia, in particolare in quella stupenda meditazione nella sera del 27 marzo. Già leggere e meditare quel testo sarebbe sufficiente per un esercizio di discernimento. Il Papa, in quella meditazione, dopo aver descritto quanto stava accadendo con l’immagine evangelica della “tempesta”, aggiunge: «Signore, tu ci rivolgi un appello, un appello alla fede. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “convertitevi”, “ritornate a me con tutto il cuore”. Ci chiami a cogliere questo tempo come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di te, Signore, e verso gli altri». La tempesta ci invita a rivedere “le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità”. E questo a livello personale, sociale, ed ecclesiale.

 

  1. “È il tempo di reimpostare la rotta della vita” (Papa Francesco)

Non è possibile qui indugiare analiticamente sulle cose da imparare da quanto stiamo vivendo. Le abbiamo lette o apprese dai tanti mezzi di comunicazione, dalla rete, ecc. Sia pure come esemplificazioni, tentiamo di esplicitarne alcune.

Il senso del limite, personale e sociale; il ridimensionamento dell’illusione di onnipotenza; nessuno si salva da solo; il valore del tempo che viviamo; l’importanza di essere vicini e di essere distanti; il grande sentimento di solidarietà…

Cosa siamo diventati dopo questa pandemia, sia come comunità ecclesiale sia come comunità civile? A cosa siamo chiamati? Cosa possiamo diventare? Quando potremo tornare finalmente alla normalità? Era “normale” il nostro modo di vivere prima? O forse Dio ci chiede proprio di non tornare a quella “normalità”, che fa sistematicamente a meno di Lui emarginandolo?

 

  1. “Perché tutto non sia come prima”

La crisi che stiamo vivendo è un giudizio, ma anche certamente una grande occasione che non possiamo permetterci di sprecare. Certo, essendo la situazione in evoluzione, non è possibile formulare programmi “ad ampio respiro” e indicare con precisione le cose da cambiare e quelle da assumere oggi e per l’immediato futuro.

In questo tempo di pandemia la Chiesa si è trovata a vivere un passaggio di grave difficoltà e insieme l’apertura di inattese possibilità. Questo tempo ha fatto emergere con più evidenza tutte le problematiche pastorali, teologiche e spirituali con cui la Chiesa si confronta da decenni.

Certamente, tuttavia, questa pandemia ci costringe a ripensare la pastorale e ad accelerare quel rinnovamento prospettato dal Concilio e continuamente sollecitato da Papa Francesco, il quale ci dice, in molti modi di ripensare le pratiche pastorali in nome di un cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e nella direzione di una Chiesa “in uscita”: «La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”» (EG n. 33). «Ci troviamo dinanzi ad una situazione per noi nuova ed inattesa, che costringe a maturare un diverso modo di pensare, a cercare vie nuove per servire il popolo di Dio. Il Signore parla nella storia e ci chiede di accogliere con fiducia la Sua volontà, la quale si manifesta anzitutto nell’evidenza dei fatti» (Libanori). «Non è una parentesi! Questo tempo parla, ci parla, urla. Ci suggerisce di cambiare» (Derio Olivero). Insomma una lettura sapienziale dell’esperienza della pandemia «non può prospettare il semplice ritorno alla situazione di prima, augurandosi di riprendere l’aratro da dove si era stati costretti a lasciarlo» (Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede e la Catechesi, “È risorto il terzo giorno”. Una lettura biblico-spirituale dell’esperienza della pandemia, pag. 19).

Prima che sia troppo tardi: «Mi chiedo se questo tempo di chiese vuote e chiuse non rappresenti una sorta di monito per ciò che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano: fra pochi anni esse potrebbero apparire così in gran parte del nostro mondo. Non ne siamo già stati avvertiti più volte da quanto è avvenuto in moti paesi, dove sempre più chiese, monasteri e seminari si sono svuotati o hanno chiuso? … Forse questo tempo di edifici ecclesiali vuoti mette simbolicamente in luce il vuoto nascosto delle chiese, e il loro possibile futuro se non si compie un serio tentativo per mostrare al mondo un volto del cristianesimo completamente diverso» (T. Halik, “Il segno delle chiese vuote. Per una ripartenza del cristianesimo”, Vita e pensiero – e-book).

 

  1. “Una nuova immaginazione del possibile” (Papa Francesco)

Come si è detto prima, non è possibile indicare con precisione le cose da cambiare e quelle da assumere oggi e per l’immediato futuro, considerata la situazione in evoluzione.

Più che il tempo di dare risposte, questo è il tempo di intercettare domande. Bisogna con coraggio innanzitutto cogliere le domande e, poi, con pazienza e costanza, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo e illuminare dalla Parola di Dio, operare un “discernimento comunitario”, che permetta alle nostre Chiese di rivedere il proprio cammino alla luce del passaggio doloroso del Covid-19.

Tuttavia, proviamo a suggerire forme nuove di azione pastorale, che sono state già sperimentate, anche se in piccolo, in questo periodo che abbiamo vissuto. Proprio in epoche come queste lo Spirito Santo ha suscitato nuovi santi, iniziative inedite, modelli nuovi di vita pastorale. Sviluppiamo quei germi di novità pastorale che già sono emersi in questi mesi. Proviamo ad elencarli velocemente.

 

  • In questo periodo, per esempio, proprio grazie ai social media, le nostre comunità hanno raggiunto molte persone: come continuare a coinvolgerle anche dopo? La pandemia ha toccato nell’animo diverse persone: è a loro che dovremo guardare con nuove proposte di evangelizzazione. Il passaggio dell’epidemia, infatti, ha confermato, se ce n’era ancora bisogno, che “non siamo nella cristianità, non più!” (Papa Francesco).

 

  • Da fine febbraio non abbiamo più potuto vivere la normalità del nostro essere gente di Chiesa: niente messe, niente catechismo, niente prove di canto, niente riunioni di ragazzi e giovani, di giovani sposi, niente attività di oratorio, niente feste parrocchiali, ma è nelle case che stava succedendo qualcosa di veramente buono ed è da lì che dobbiamo partire.

In preparazione alla Pasqua, le Diocesi hanno elaborato sussidi su come celebrarla in casa attraverso la preghiera, anche con i segni. Parecchi hanno pregato nelle case il Giovedì santo: hanno pregato sul pane, lo hanno spezzato, hanno lavato i piedi ai propri familiari; il Venerdì santo, l’adorazione della Croce al centro del tavolo; a Pasqua, la benedizione della mensa.

Abbiamo scoperto la preghiera in famiglia; non abbiamo mai visto tanta gente pregare in famiglia come adesso, malgrado non ci siano state le messe con i fedeli. Spesso nelle nostre parrocchie, al di là dei sacramenti e poco altro, non c’è più niente: sacramenti, messe, qualche gruppo, il catechismo. Invece sta nascendo e vivendo di più la dimensione domestica, familiare: questa sarà la nostra salvezza! Nelle famiglie, nella preghiera in famiglia.

Bisogna recuperare quello che il Concilio ha detto da cinquant’anni, ma che abbiamo trascurato: il sacerdozio battesimale. Tutti i battezzati sono sacerdoti: c’è un sacerdozio ministeriale, quello dei presbiteri certo, ma c’è un sacerdozio di tutti i battezzati. Ebbene, noi crediamo che questo non deve andare perduto! Dobbiamo riconoscerlo: come Chiesa ci siamo concentrati nel passato solo sulla Messa, a cui, riconosciamolo, è abbastanza facile “assistere”; e senza Messa non sappiamo più cosa dire al Signore! Solo Messa, e niente più? Tutto Messa? Certo, la Messa è il massimo, il culmine, è la forma più perfetta della preghiera cristiana ma non esiste solo la Messa!

Ecco: recuperare questo sacerdozio battesimale che si è manifestato in questi mesi, soprattutto in famiglia, nella preghiera in casa.

Ma le nostre comunità sono in grado di pregare con la Parola? Le abbiamo educate alla riflessione sulla Parola di Dio? A fare Centri del Vangelo nei condomini, nelle case, ad essere loro i protagonisti della vita pastorale?

 

  • La catechesi

Le forme normali di catechesi sono state sospese, perché richiedevano il radunarsi di più persone in luoghi chiusi, ma forse sta nascendo un modo nuovo di formare un pensiero a partire dalla fede. In questi giorni è nata l’esigenza di interpretare il tempo che stiamo vivendo. Un desiderio di riflessione, pensieri, interpretazioni che, alla luce della fede, aiutino a dare un senso, a trovare una saggezza, a vivere da credenti il tempo perché diventi un tempo di grazia. Questo desiderio ha trovato nuove vie di comunicazione: sono circolate riflessioni, testimonianze che poi le persone facevano circolare per mezzo dei social media.

È vero, nella rete circola anche molta spazzatura, anche religiosa, forme di “devozionalismo selvaggio”. Ma se creassimo gruppi che invece selezionassero testi, riflessioni di qualità, e li proponessero ai fedeli, alla gente, per aiutare a riflettere e meditare, anche per un desiderio di confrontarsi, di incontrarsi, per scambiare le riflessioni, insieme o a piccoli gruppi: non è forse questa una forma di catechesi? Non potrebbe ispirare nuove modalità di formare un pensiero alla luce della fede?

 

  • La liturgia

Non si può negare che siamo stati colti alla sprovvista da questa situazione. Il senso di smarrimento ha portato anche a forme di pseudoliturgia selvaggia. A chi, in queste settimane, non è capitato di ricevere sui social dei video di sacerdoti che hanno fatto un uso improprio della liturgia o di alcuni aspetti cultuali? Abbiamo visto di tutto e di più. Abbiamo sorriso di fronte a questi video, ma poi, riflettendoci, abbiamo pensato che il fenomeno potesse nascondere cause ben più serie sulle quali vale la pena interrogarsi. Comunque nei giorni della pandemia si sono aperti nuovi spazi di celebrazione che potrebbero essere valorizzati.

 

  • La carità

Nel tempo dell’epidemia si è sviluppata la “fantasia della carità” (Giovanni Paolo II). Non solo il solito pacco – necessario, oggi la gente non riesce neanche a riempire la tavola! – ma anche nuove iniziative come: la disponibilità a fare la spesa per chi non poteva uscire di casa; un numero sempre attivo per il Centro di ascolto; un telefono amico per le persone sole, in difficoltà; l’arrivo di nuovi volontari; l’utilizzo dei social media per contattare e tenere in rete i bisogni; il legame con altri Centri di ascolto coordinandosi meglio.

 

  • Prendersi cura delle relazioni

Ad essere stato provato in questa fase è il tessuto delle nostre comunità ecclesiali, a rischio di dispersione e di smarrimento. A questo scopo è necessario prendersi cura delle relazioni personali. I fedeli vanno cercati uno per uno, con la discrezione necessaria, ma anche con la cordialità e l’interessamento sincero. Abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza delle relazioni all’interno, tra collaboratori, praticanti… Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi. E che ciò traspaia all’esterno, a quelli che compaiono qualche volta per far celebrare i sacramenti. Ai nostri presbiteri bisogna dire che è emersa in questo tempo una forte domanda di ascolto che va recepita.

Abbiamo scoperto l’importanza delle relazioni. Se il vuoto di questi giorni ha fatto crescere in noi la nostalgia dell’amicizia, delle relazioni, perché non ci bastano le relazioni virtuali, allora chiediamo allo Spirito di farci tornare in comunità, non per riprendere il ritmo forsennato delle tante attività ma per curare meglio la qualità delle relazioni.

 

6.7     Impegno profetico

Insieme con gli uomini e le donne di buona volontà le nostre comunità sono chiamate ad un impegno profetico, denunciando il taglio che negli ultimi anni è stato operato nel nostro Paese verso la sanità.

Inoltre un impegno profetico per la salvaguardia del creato.

In questo tempo, infatti, si è constatato come è vero che c’è connessione tra gli uomini e il creato; la crisi del Covid-19 ha evidenziato che “tutto è connesso” e che «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (Laudato si’ n. 139).

 

  1. Conclusione

Il periodo che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo ha fatto emergere quella crisi nella quale già vivevamo. Nella “ripartenza” stanno venendo fuori forti resistenze da parte di quelli che considerano questo periodo una parentesi da superare. Esortiamo presbiteri, religiosi e operatori pastorali a superare le resistenze e ad “investire” su quello che lo Spirito in questo tempo dice alle nostre Chiese.

 

 

Pompei, 3 luglio 2020

 

Il Vescovi

                                                                                                    della Conferenza Episcopale Campana