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Domanda annuale per l’I.R.C. – Anno scolastico 2021/2022

Ai Docenti di R.C. con incarico a t.d.
Agli aspiranti all’insegnamento
LORO SEDI

 

Oggetto: Domanda annuale per l’I.R.C. – Anno scolastico 2021/2022

Carissimi,
in vista della compilazione degli elenchi-graduatorie per l’insegnamento di religione cattolica per l’anno scolastico 2021/2022, vi invio in allegato la domanda da compilare e restituire via e-mail all’indirizzo scuola@diocesisantangelo.it entro venerdì 30 luglio p.v.
Vi ricordo che i docenti che aspirano all’insegnamento possono presentare la domanda per il nuovo anno scolastico se sono residenti nel territorio dell’Arcidiocesi e se hanno conseguito il titolo di studio quinquennale rilasciato dagli Istituti di Scienze Religiose o altro titolo riconosciuto valido.
Con riserva, per ulteriori valutazioni, sono accettate anche le domande con titolo inferiore a quello sopra riportato.
Cordiali saluti e buone vacanze!

 

Sant’Angelo dei Lombardi, 9 luglio 2021
don Piercarlo Donatiello
Direttore

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Ordinazione diaconale di Michele Galgano

«Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:

nelle tue mani è la mia vita.»

(Salmo 16,5)

 

La Chiesa di Dio che è in Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia grata al Signore che continua ad arricchirla con il dono di vocazioni al ministero ordinato annuncia con gioia che

sabato 10 luglio 2021 alle ore 18.30

nella Parrocchia “San Canio Martire” in Calitri (Av)

Michele Galgano

sarà ordinato diacono per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria dell’Arcivescovo S.E. Mons. Pasquale Cascio

_________________________________

 

diretta streaming sulla pagina facebook

“Parrocchia San Canio V. e M. Calitri”

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Esercizi Spirituali per Giovani

Pastorale Giovanile Vocazionale

Arcidiocesi di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia

Pastorale Giovanile Vocazionale

Esercizi Spirituali per Giovani

Amplifichiamo la luce che è in noi

28 giugno – 1° luglio ore 15.30_2021

Meditazioni sulla Parola

vie per la condivisione

celebrare la luce

(ogni giorno dalle 15.30 alle 19.00)

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Messa Crismale, sabato 22 maggio 2021 alle ore 10.00_anche in diretta streaming

nella chiesa cattedrale di Sant’Angelo dei Lombardi

Video:  https://www.facebook.com/1635382558/videos/10223101179511288/

Foto: https://www.diocesisantangelo.it/messa-crismale-22-maggio-2021/

 

 

Ai Presbiteri

ai Diaconi

alle Comunità Religiose

alle Comunità parrocchiali

 

Carissimi,

anche quest’anno non abbiamo vissuto nel giorno proprio l’intenso momento della Messa Crismale, a cui tutto il popolo di Dio è convocato e da cui trae la ricchezza della grazia sacramentale nell’unzione del Sacerdozio di Cristo e nel simbolo degli olî per la celebrazione dei Sacramenti di salvezza, affidati alla Chiesa.

Per vivere l’evento di grazia in sicurezza e in serenità, ci ritroviamo per la celebrazione della Messa Crismale, sabato 22 maggio 2021 alle ore 10.00 nella chiesa cattedrale di Sant’Angelo dei Lombardi. Considerando il numero di posti previsti per la nostra cattedrale, sono invitati a partecipare: tutto il presbiterio, i religiosi, le religiose, un laico delegato per ogni parrocchia e i membri del Consiglio Pastorale Diocesano.

L’esperienza forte della Messa Crismale rinsaldi l’unione nel nostro presbiterio con il desiderio di essere lievito di fraternità nella Chiesa diocesana, secondo il ministero e il servizio a cui lo Spirito ci ha destinati per la vocazione ricevuta.

Nell’attesa dell’incontro di sabato, suggerisco di darne comunicazione alle nostre comunità per stimolare l’unione spirituale nella preghiera e invito i presbiteri e i diaconi a partecipare anche al ritiro mensile del venerdì 21, presso l’Abbazia del Goleto.

Affidandovi a Maria, madre della Chiesa e madre della speranza, saluto tutti cordialmente.

 

Sant’Angelo dei Lombardi, 13 maggio 2021

+ Pasquale Cascio

      Arcivescovo

 

 

 

P.S. Per evitare assembramenti, gli olî saranno consegnati in un secondo momento a tutte le comunità in contenitori provvisori, preparati all’occorrenza.

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Appello al Governo e al Parlamento affinché l’Italia ratifichi il Trattato di Proibizione delle armi nucleari_CEC

“Non impareranno più l’arte della guerra”

Conferenza Episcopale Campana

Non impareranno più l’arte della guerra

Appello al Governo e al Parlamento affinché l’Italia ratifichi il

Trattato di Proibizione delle armi nucleari

“Alla fine dei giorni” il Signore “sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra” (Is 2,1.4). Dobbiamo acquisire la convinzione del profeta e impegnarci a fondo contro la macchina bellica e l’industria – purtroppo sempre fiorente – delle armi, perché una volta costruite queste devono sparare o esplodere, altrimenti non le comprerebbe più nessuno.

Il 22 gennaio 2021 il Trattato di Proibizione delle armi nucleari (votato all’ONU nel luglio 2017 da centoventidue Paesi) ha assunto valore vincolante per tutti gli Stati che l’hanno sottoscritto. In forza di ciò, in quegli stessi Stati sono ormai illegali l’uso, lo sviluppo, l’effettuazione di test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari.

L’Italia, che non sottoscrisse allora il Trattato, potrebbe ratificarlo adesso: al momento, però, tutto tace nelle nostre istituzioni governative, mentre invece ci s’impegna ad acquistare nuovi cacciabombardieri per una spesa complessiva di oltre 14 miliardi. A Hiroshima, il 24 novembre 2019, Papa Francesco affermò che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune”. È perciò “immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche. Saremo giudicati per questo”. Poche settimane or sono, il giorno di Pasqua, lo stesso Pontefice ha ribadito che il vero “scandalo”, nell’odierno contesto internazionale, in un tempo in cui la crisi falcia milioni di persone e molti di più ne getta in povertà, sta nel fatto che “non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari”.

Unendo perciò la nostra voce a molte altre, chiediamo con forza al Governo e al Parlamento che l’Italia ratifichi subito il Trattato di Proibizione delle armi nucleari, receda dall’acquisto di nuove armi e impieghi diversamente le energie che ora investe nella loro fabbricazione, nella convinzione che la pace “non si riduce a un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento d’un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini” (Paolo VI, enciclica Populorum Progressio, num. 76).

15 maggio 2021

130° anniversario della pubblicazione

dell’eciclica Rerum Novarum

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Colloquio per l’accertamento dell’abilità pedagogica ai fini del riconoscimento dell’idoneità per l’IRC

Arcidiocesi di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia
Ufficio Scuola Diocesano

L’Ufficio Scuola della Conferenza Episcopale Campana organizza un colloquio per l’accertamento dell’abilità pedagogica ai fini del riconoscimento dell’idoneità per l’IRC nelle singole diocesi della regione ecclesiastica.

Le domande di partecipazione al colloquio per l’accertamento dell’abilità pedagogica possono essere presentate dal 17 maggio 2021 al 7 giugno 2021 utilizzando l’apposito modulo scaricabile dal sito www.ireca.it.
Si invitano gli interessati a contattare, prima della presentazione della domanda, l’Ufficio Scuola Diocesano al fine di ottenere il rilascio del “nulla osta” del Vescovo per la partecipazione al colloquio.
L’avviso pubblico, il tesario per il colloquio e il modulo di domanda sono disponibili al seguente link:
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Solidarietà e responsabilità di S.E. Mons. Pasquale Cascio

ai parroci alle comunità religiose a tutti i fedeli laici

Ai parroci

alle comunità religiose

a tutti i fedeli laici

Solidarietà e responsabilità

Osservando la situazione nazionale in continua evoluzione e, purtroppo, caratterizzata da un ulteriore aumento di contagi, prendo in considerazione nello specifico la nostra realtà locale, in cui vanno rimarcate sofferenze da non sottovalutare in una nuova fase di restringimento delle possibilità sociali. Mi permetto di porre all’attenzione dell’intera comunità diocesana due fattori imprescindibili.

Dal punto di vista sociale, dovremmo sentirci tutti chiamati alla responsabilità nei comportamenti personali e per il ruolo che ognuno di noi svolge, nell’ambito della famiglia, della scuola, della Chiesa, della professione, della politica evitando ogni forma di criminalizzazione. Non dimentichiamo mai la missione della solidarietà, facciamoci carico dell’aiuto verso chi ha bisogno. 

Per quanto riguarda la liturgia e continuare a celebrare in serenità l’Eucaristia con il popolo, insisto caldamente nell’invito a ottemperare a tutte le norme già stabilite e ben rodate per la Celebrazione Eucaristica, dall’ingresso in chiesa fino all’uscita senza creare assembramento. In particolare, siano presenti e utilizzabili i prodotti igienizzanti per l’assemblea e per il celebrante, l’uso obbligatorio della mascherina per tutti e il distanziamento. Ricordo e ammonisco i sacerdoti a dare la Comunione Eucaristica solo sulle mani, richiedendo a tutti questa forma, senza eccezioni di tipo spiritualistico. 

In casi peculiari di difficoltà personali o all’interno della comunità, chiedo ai sacerdoti di evitare la celebrazione per non correre il rischio di creare occasione di contagio. Alcune situazioni giunte alla nostra attenzione dalla cronaca nazionale, pur evidenziando ancora una volta il forte legame al proprio ruolo e al suo svolgimento, mi spingono a chiedere, dopo aver consultato il vescovo, di fare anche un passo indietro per tutelare quanti sono affidati alla nostra cura spirituale.

L’attenzione e il rispetto delle norme rientrano nella responsabilità morale delle nostre azioni e sono anche piccoli atti di carità fraterna. Per le celebrazioni della Settimana Santa, attendiamo lo sviluppo della situazione e daremo in seguito indicazioni specifiche.

Su tutti la benedizione del Signore, sorgente di vita e di speranza.

Sant’Angelo dei Lombardi, 9 marzo 2021 

+ Pasquale Cascio

              Arcivescovo

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Messaggio del Santo Padre Francesco_55ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

Vieni e Vedi (Gv. 1,46)

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA 55ma GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2021)

 

«Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono

 

 

Cari fratelli e sorelle,

l’invito a “venire e vedere”, che accompagna i primi emozionanti incontri di Gesù con i discepoli, è anche il metodo di ogni autentica comunicazione umana. Per poter raccontare la verità della vita che si fa storia (cfr Messaggio per la 54ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2020) è necessario uscire dalla comoda presunzione del “già saputo” e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà, che sempre ci sorprenderà in qualche suo aspetto. «Apri con stupore gli occhi a ciò che vedrai, e lascia le tue mani riempirsi della freschezza della linfa, in modo che gli altri, quando ti leggeranno, toccheranno con mano il miracolo palpitante della vita», consigliava il Beato Manuel Lozano Garrido[1] ai suoi colleghi giornalisti. Desidero quindi dedicare il Messaggio, quest’anno, alla chiamata a “venire e vedere”, come suggerimento per ogni espressione comunicativa che voglia essere limpida e onesta: nella redazione di un giornale come nel mondo del web, nella predicazione ordinaria della Chiesa come nella comunicazione politica o sociale. “Vieni e vedi” è il modo con cui la fede cristiana si è comunicata, a partire da quei primi incontri sulle rive del fiume Giordano e del lago di Galilea.

 

Consumare le suole delle scarpe

Pensiamo al grande tema dell’informazione. Voci attente lamentano da tempo il rischio di un appiattimento in “giornali fotocopia” o in notiziari tv e radio e siti web sostanzialmente uguali, dove il genere dell’inchiesta e del reportage perdono spazio e qualità a vantaggio di una informazione preconfezionata, “di palazzo”, autoreferenziale, che sempre meno riesce a intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone, e non sa più cogliere né i fenomeni sociali più gravi né le energie positive che si sprigionano dalla base della società. La crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada, senza più “consumare le suole delle scarpe”, senza incontrare persone per cercare storie o verificare de visu certe situazioni. Se non ci apriamo all’incontro, rimaniamo spettatori esterni, nonostante le innovazioni tecnologiche che hanno la capacità di metterci davanti a una realtà aumentata nella quale ci sembra di essere immersi. Ogni strumento è utile e prezioso solo se ci spinge ad andare e vedere cose che altrimenti non sapremmo, se mette in rete conoscenze che altrimenti non circolerebbero, se permette incontri che altrimenti non avverrebbero.

 

Quei dettagli di cronaca nel Vangelo

Ai primi discepoli che vogliono conoscerlo, dopo il battesimo nel fiume Giordano, Gesù risponde: «Venite e vedrete» (Gv 1,39), invitandoli ad abitare la relazione con Lui. Oltre mezzo secolo dopo, quando Giovanni, molto anziano, redige il suo Vangelo, ricorda alcuni dettagli “di cronaca” che rivelano la sua presenza nel luogo e l’impatto che quell’esperienza ha avuto nella sua vita: «Era circa l’ora decima», annota, cioè le quattro del pomeriggio (cfr v. 39). Il giorno dopo – racconta ancora Giovanni – Filippo comunica a Natanaele l’incontro con il Messia. Il suo amico è scettico: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Filippo non cerca di convincerlo con ragionamenti: «Vieni e vedi», gli dice (cfr vv. 45-46). Natanaele va e vede, e da quel momento la sua vita cambia. La fede cristiana inizia così. E si comunica così: come una conoscenza diretta, nata dall’esperienza, non per sentito dire. «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito», dice la gente alla Samaritana, dopo che Gesù si era fermato nel loro villaggio (cfr Gv 4,39-42). Il “vieni e vedi” è il metodo più semplice per conoscere una realtà. È la verifica più onesta di ogni annuncio, perché per conoscere bisogna incontrare, permettere che colui che ho di fronte mi parli, lasciare che la sua testimonianza mi raggiunga.

 

Grazie al coraggio di tanti giornalisti

Anche il giornalismo, come racconto della realtà, richiede la capacità di andare laddove nessuno va: un muoversi e un desiderio di vedere. Una curiosità, un’apertura, una passione. Dobbiamo dire grazie al coraggio e all’impegno di tanti professionisti –  giornalisti, cineoperatori, montatori, registi che spesso lavorano correndo grandi rischi – se oggi conosciamo, ad esempio, la condizione difficile delle minoranze perseguitate in varie parti del mondo; se molti soprusi e ingiustizie contro i poveri e contro il creato sono stati denunciati; se tante guerre dimenticate sono state raccontate. Sarebbe una perdita non solo per l’informazione, ma per tutta la società e per la democrazia se queste voci venissero meno: un impoverimento per la nostra umanità.

Numerose realtà del pianeta, ancor più in questo tempo di pandemia, rivolgono al mondo della comunicazione l’invito a “venire e vedere”. C’è il rischio di raccontare la pandemia, e così ogni crisi, solo con gli occhi del mondo più ricco, di tenere una “doppia contabilità”. Pensiamo alla questione dei vaccini, come delle cure mediche in genere, al rischio di esclusione delle popolazioni più indigenti. Chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa? Così le differenze sociali ed economiche a livello planetario rischiano di segnare l’ordine della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Con i poveri sempre ultimi e il diritto alla salute per tutti, affermato in linea di principio, svuotato della sua reale valenza. Ma anche nel mondo dei più fortunati il dramma sociale delle famiglie scivolate rapidamente nella povertà resta in gran parte nascosto: feriscono e non fanno troppa notizia le persone che, vincendo la vergogna, fanno la fila davanti ai centri Caritas per ricevere un pacco di viveri.

 

Opportunità e insidie nel web

La rete, con le sue innumerevoli espressioni social, può moltiplicare la capacità di racconto e di condivisione: tanti occhi in più aperti sul mondo, un flusso continuo di immagini e testimonianze. La tecnologia digitale ci dà la possibilità di una informazione di prima mano e tempestiva, a volte molto utile: pensiamo a certe emergenze in occasione delle quali le prime notizie e anche le prime comunicazioni di servizio alle popolazioni viaggiano proprio sul web. È uno strumento formidabile, che ci responsabilizza tutti come utenti e come fruitori. Potenzialmente tutti possiamo diventare testimoni di eventi che altrimenti sarebbero trascurati dai media tradizionali, dare un nostro contributo civile, far emergere più storie, anche positive. Grazie alla rete abbiamo la possibilità di raccontare ciò che vediamo, ciò che accade sotto i nostri occhi, di condividere testimonianze.

Ma sono diventati evidenti a tutti, ormai, anche i rischi di una comunicazione social priva di verifiche. Abbiamo appreso già da tempo come le notizie e persino le immagini siano facilmente manipolabili, per mille motivi, a volte anche solo per banale narcisismo. Tale consapevolezza critica spinge non a demonizzare lo strumento, ma a una maggiore capacità di discernimento e a un più maturo senso di responsabilità, sia quando si diffondono sia quando si ricevono contenuti. Tutti siamo responsabili della comunicazione che facciamo, delle informazioni che diamo, del controllo che insieme possiamo esercitare sulle notizie false, smascherandole. Tutti siamo chiamati a essere testimoni della verità: ad andare, vedere e condividere.

 

Nulla sostituisce il vedere di persona

Nella comunicazione nulla può mai completamente sostituire il vedere di persona. Alcune cose si possono imparare solo facendone esperienza. Non si comunica, infatti, solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti. La forte attrattiva di Gesù su chi lo incontrava dipendeva dalla verità della sua predicazione, ma l’efficacia di ciò che diceva era inscindibile dal suo sguardo, dai suoi atteggiamenti e persino dai suoi silenzi. I discepoli non solamente ascoltavano le sue parole, lo guardavano parlare. Infatti in Lui – il Logos incarnato – la Parola si è fatta Volto, il Dio invisibile si è lasciato vedere, sentire e toccare, come scrive lo stesso Giovanni (cfr 1 Gv 1,1-3). La parola è efficace solo se si “vede”, solo se ti coinvolge in un’esperienza, in un dialogo. Per questo motivo il “vieni e vedi” era ed è essenziale.

Pensiamo a quanta eloquenza vuota abbonda anche nel nostro tempo, in ogni ambito della vita pubblica, nel commercio come nella politica. «Sa parlare all’infinito e non dir nulla. Le sue ragioni sono due chicchi di frumento in due staia di pula. Si deve cercare tutto il giorno per trovarli e, quando si son trovati, non valgono la pena della ricerca».[2] Le sferzanti parole del drammaturgo inglese valgono anche per noi comunicatori cristiani. La buona novella del Vangelo si è diffusa nel mondo grazie a incontri da persona a persona, da cuore a cuore. Uomini e donne che hanno accettato lo stesso invito: “Vieni e vedi”, e sono rimaste colpite da un “di più” di umanità che traspariva nello sguardo, nella parola e nei gesti di persone che testimoniavano Gesù Cristo. Tutti gli strumenti sono importanti, e quel grande comunicatore che si chiamava Paolo di Tarso si sarebbe certamente servito della posta elettronica e dei messaggi social; ma furono la sua fede, la sua speranza e la sua carità a impressionare i contemporanei che lo sentirono predicare ed ebbero la fortuna di passare del tempo con lui, di vederlo durante un’assemblea o in un colloquio individuale. Verificavano, vedendolo in azione nei luoghi dove si trovava, quanto vero e fruttuoso per la vita fosse l’annuncio di salvezza di cui era per grazia di Dio portatore. E anche laddove questo collaboratore di Dio non poteva essere incontrato in persona, il suo modo di vivere in Cristo era testimoniato dai discepoli che inviava (cfr 1 Cor 4,17).

«Nelle nostre mani ci sono i libri, nei nostri occhi i fatti», affermava Sant’Agostino,[3] esortando a riscontrare nella realtà il verificarsi delle profezie presenti nelle Sacre Scritture. Così il Vangelo riaccade oggi, ogni qual volta riceviamo la testimonianza limpida di persone la cui vita è stata cambiata dall’incontro con Gesù. Da più di duemila anni è una catena di incontri a comunicare il fascino dell’avventura cristiana. La sfida che ci attende è dunque quella di comunicare incontrando le persone dove e come sono.

Signore, insegnaci a uscire dai noi stessi,

e a incamminarci alla ricerca della verità.

Insegnaci ad andare e vedere,

insegnaci ad ascoltare,

a non coltivare pregiudizi,

a non trarre conclusioni affrettate.

Insegnaci ad andare là dove nessuno vuole andare,

a prenderci il tempo per capire,

a porre attenzione all’essenziale,

a non farci distrarre dal superfluo,

a distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità.

Donaci la grazia di riconoscere le tue dimore nel mondo

e l’onestà di raccontare ciò che abbiamo visto.

 

Roma, San Giovanni in Laterano, 23 gennaio 2021, Vigilia della Memoria di San Francesco di Sales.

 

Franciscus

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Messaggio per la Santa Pasqua 2021

di S.E. Mons. Pasquale Cascio

Messaggio per la Santa Pasqua 2021

 

“Per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5).

“Mostrò loro le mani e il fianco” (Gv 20, 10).

 

 

Carissimi,

poniamo questo lungo tempo di sofferenza, di preoccupazione e di paura tra queste due sponde della Parola di Dio: il servo sofferente (Is 53) e il Crocifisso-Risorto (Gv 20). In questa condizione non ci sentiamo solo minacciati, ma anche protetti e sicuri.

Innanzitutto c’è la misteriosità della sofferenza dell’uomo, catapultata, compressa e concentrata nella persona di Gesù, servo sofferente, “uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53, 3). Senza cadere in una patetica drammatizzazione, anche noi in questo tempo ci stiamo coprendo la faccia. Quale valore ha questo gesto? È per la difesa reciproca non dal fratello ma dal virus. Questa è la risposta immediata e autentica, ma deve liberarsi dal rischio di scivolare nel disprezzo, nella vergogna e nella separazione. Aspettiamo come liberazione il momento in cui si squarcerà come il velo del tempio e ci rivedremo faccia a faccia. Siamo tutti ad immagine e somiglianza del Creatore e del Crocifisso glorificato. Ora vediamo anche in quella mascherina il Cristo uomo dei dolori o, secondo l’arte scultorea napoletana, il Cristo velato. Quel velo non toglie alle piaghe del Crocifisso la potenza guaritrice e salvatrice; esso diventa il manto della giustizia e della misericordia divine, da cui è avvolto il Signore e in cui Egli avvolge ogni uomo e ogni donna. Giustizia e misericordia ci giustificano e, per grazia, ci salvano. La tenerezza misericordiosa di Dio Padre avvolge l’umanità sofferente del Figlio per raggiungere l’umanità nostra sofferente, peccatrice e votata alla morte. Per quel delicato e trasparente velo della misericordia, il Padre “ci ha gratificati nel Figlio amato” (Ef 1, 7). Il velo non fa da filtro alla grazia salvatrice, ma rende le ferite e le piaghe causa e strumento di salvezza. Esse raccontano il percorso della salvezza universale nel corpo di Gesù, Uomo-Dio: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia: dalle sue piaghe siete state guariti” (1Pt 2, 24). In questo tempo è giusto annunciare la nostra salvezza senza scorciatoie: sono stati necessari il percorso della croce, che non si cancella, ma salva, la forza delle piaghe e delle ferite, che non scompaiono ma danno la guarigione. La loro potenza guaritrice è liberante e dispone il vero discepolo alla sequela del Signore. Esse comunicano misericordia e offrono l’esempio da seguire: “Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (1Pt 2, 21). Le piaghe di Cristo sono le orme a cui consegnare le nostre ferite, perché, ricevendo guarigione e grazia, diventino strumento di cura, attenzione e guarigione reciproca. Le ferite dell’umanità si incontrano nelle piaghe di Cristo per un vero cammino di fede, che segni il passaggio dall’essere erranti come pecore all’essere ricondotti al Pastore e custode delle nostre anime (cfr. 1Pt 2, 25).

In questo tempo turbato e triste, siamo chiamati ad uscire dalla chiusura individualista e dalla sterile commiserazione. Noi cristiani dobbiamo rafforzare la fede in Gesù, Buon Pastore, che ha dato la vita per le sue pecore e le raduna e le custodisce con le sue orme, impresse come ferite nella sua vera umanità per la nostra fragile umanità. In questa Pasqua viviamo l’esperienza degli apostoli di fronte al Risorto che mostra le cicatrici “delle mani e del fianco” (Gv 20, 20) e di San Tommaso che le cerca come segno per credere. Gesù invita Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (Gv 20, 27). Noi siamo chiamati a credere vedendo nelle mani dei fratelli e delle sorelle, come anche nelle nostre, i segni del Crocifisso-Risorto, che continua nell’umanità il suo percorso di dolore salvato e salvifico. Non dobbiamo toccare le ferite da increduli, ma come credenti nella Pasqua di Risurrezione, prendendoci cura dell’umanità sofferente con la dolcezza dell’amore fraterno. In questa Pasqua viviamo con Cristo il passaggio dal velo che nasconde, al velo che trasuda misericordia, dal velo che protegge le ferite al velo che le presenta come orme da seguire, dal velo che annuncia la novità del corpo risorto al velo che fa sentire la bellezza del comandamento nuovo dell’amore: “Vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in Lui e in voi perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera” (1Gv 2, 8). Sfolgori per tutti il sole di Pasqua, risuoni il cielo di canti, esulti di gioia la terra, perché Gesù è risorto e ci precede.

+ Pasquale Cascio

arcivescovo

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